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La cessione di partecipazioni sociali di s.r.l. sotto la condizione risolutiva d'inadempimento

30 novembre 2018

di Lorenzo Salvatore (Notaio in Verona)

1. Obbligazione di pagamento e legittimità della condizione risolutiva di inadempimento

Una tematica classica del diritto civile è la questione se sia possibile trasformare quella che è una obbligazione contrattuale in elemento accidentale.

La Corte di Cassazione, con numerose pronunce [1], ha avallato l’esigenza, sorta nella prassi contrattuale e commerciale, di condizionare risolutivamente all’inadempimento di una delle parti l’efficacia dei negozi di trasferimento di diritti [2].

Tale congegno, come si è detto elaborato dalla prassi ed avallato dalla giurisprudenza, mira ad assicurare all’alienante-creditore insoddisfatto il recupero della prestazione traslativa eseguita, anche in danno dei successivi aventi causa dell’acquirente-debitore inadempiente, che restavano in tal modo esposti, in forza dell’art. 1357 c.c. [3], alla caducazione del proprio (sub)acquisto a seguito dell’avverarsi della condizione. Con ciò ponendo rimedio a quelle anomalie della tutela risolutoria ordinaria che (data l’inopponibilità della risoluzione ai terzi aventi causa ex art. 1458 cpv. c.c. [4]), impediscono la realizzazione del risultato che pure quella tutela dovrebbe tipicamente assicurare: la ricomposizione qualitativa del patrimonio del contraente fedele, vittorioso in risoluzione [5].

A fronte di un simile meccanismo, l’argomentazione contraria classica si basava sull’assenza di certezza dell’evento. In altre parole, se l’obbligazione di pagamento è un’obbligazione di contratto, e quindi un atto dovuto, non vi sarebbe incertezza. Dunque, la possibilità di dedurre in condizione la condotta obbligatoria veniva negata, sul piano dei concetti, in ragione di una presunta inconciliabilità tra le caratteristiche dell’atto dovuto e quelli che si volevano assumere come requisiti tipici dell’evento condizionale [6]. In realtà, l’esame di tale obiezione consente, viceversa, di riconoscere nell’evento “adempimento” (e a fortiori inadempimento), tutte le caratteristiche peculiari del fatto-condizione.

Innanzitutto, con riguardo al requisito dell’incertezza, da taluni negato proprio in ragione della “doverosità” che caratterizza la condotta obbligatoria, intesa ora come “coercibilità”, ora come “giuridica necessità”, va posta una chiara distinzione: una cosa è la “coercibilità” del comportamento dovuto, altro è la “certezza” della sua verificazione. Da qui si palesa il difetto concettuale che vizia l’obiezione de qua ovverosia il confondere la valutazione di doverosità della condotta con la certezza del suo verificarsi [7]; un conto è la certezza che l’obbligazione sussiste, ma non è detto né certo che la stessa obbligazione venga adempiuta.

A fronte di quanto poc’anzi esposto, l’obiezione della mancanza di certezza data dal meccanismo “condizione di inadempimento”, è stata ampiamente superata; il semplice fatto che sussista un atto dovuto non implica necessariamente che avvenga l’adempimento.

Il discorso si fa più complesso con riguardo al secondo requisito, ovverosia il carattere accidentale o meno della condizione di inadempimento, il ricorso alla quale, secondo un’opinione critica, dovrebbe ritenersi inammissibile in quanto degraderebbe la rilevanza di un elemento essenziale del contratto (quale l’obbligazione di pagamento in una compravendita che rientra all’interno dello schema causale tipico della stessa), al ruolo di elemento accidentale [8].

L’evento “inadempimento” non potrebbe dedursi in condizione in quanto attinente alla realizzazione del negozio, rispetto al quale costituisce difetto funzionale della causa e sulla cui efficacia potrà incidere solo in conformità alla legge, cioè secondo il rimedio tipico della risoluzione ..

 

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